Sin da piccola ho sempre avuto una passione per la lettura, certo ho iniziato un po' come tutti da Topolino, successivamente sono diventata una divoratrice di manga e passando per Banana Yoshimoto una lettrice di libri.
Leggo davvero di tutto ed ancora tanto c'è da leggere.
Tutto questo per dire che porto sempre dietro un libro o il mio fedele lettore ebook, soprattutto quando so che l'attesa sarà lunga.
Questo mi capita soprattutto da qualche mese a questa parte, da quando sono spesso in ospedale e per chi conosce le file e le sale d'attesa sa che è meglio portarsi qualcosa da fare dietro.
Sono un tipo che si annoia subito del cellulare, le parole crociate non mi attirano e francamente preferisco tuffarmi in un mondo diverso e distante per quanto mi è possibile.
Ieri ero li che leggevo City di Baricco, quando inevitabilmente le mie orecchie vengono attratte dalla voce di due signore sedute difronte a me e senza accorgermene le guardavo e mi intromettevo nel loro discorso.
Due donne così diverse ma che condividevano lo stesso dolore.
La prima, una donna dall'aspetto curato, seduta impettita ed impaziente, dato il numero di volte che ha controllato l'orologio negli ultimi dieci minuti.
La seconda, una donna molto magra, scavata dalla malattia, vestita con colori sgargianti e con un cappellino fuxia pieno di strass quasi messo li a distogliere l'attenzione dall'assenza totale di capelli.
Le donne stanno parlando della loro esperienza con il tumore, malattia che le ha devastate nell'aspetto, solo ora mi accorgo che la prima signora, quella che mi era sembrata quasi altezzosa nei suoi capi firmati e dietro gli enormi occhiali da sole, indossa una parrucca.
Le due pur non avendo molto in comune, si ritrovano a condividere le proprie esperienze e i propri dolori, quelli che non puoi capire se non ci sei dentro, se non vivi in prima persona.
«Signora mia, deve credermi, ad oggi io ringrazio di potermi guardare allo specchio, che importanza ha se non si riconosce più, se non ha i suoi capelli. Esistono le parrucche ed una volta terminato il trattamento torneranno, c'è sicuramente di peggio.»
«Non lo so, ho la nausea e sono sempre molto stanca, ma non riesco a guardarmi allo specchio...»
La donna mi guarda, ricambio istintivamente lo sguardo e allora prende a raccontarmi.
«All'inizio della terapia mi avevano detto che ormai i capelli non si perdevano più, sa con tutte queste nuove scoperte, ed invece una notte, durante un ricovero, vengo svegliata di soprassalto dalla mia vicina di letto.
La signora mi ripeteva di chiamare l'infermiera e di vedermi urgentemente allo specchio. Io ero presa dal sonno, non riuscivo a capire cosa volesse, fino a quando i miei occhi non si sono abituati alla penombra e ho visto che ero ricoperta da capelli, i miei capelli, quelli che non avrebbero dovuto cadere. Li ho curati per anni, mi piacevano lunghi e del mio colore naturale, biondi, mi facevano sentire bella.» si guardò le mani e giocò freneticamente con la fede ormai larga al suo dito smagrito dalla malattia.
«Però ogni tanto li vedo, sono li, stanno ricrescendo. Almeno fino a quando non faccio un'altra chemio e puff cadono di nuovo tutti.» i suoi occhi velati di lacrime.
«Ma allora signora non le resta che portare avanti e terminare il suo percorso, i capelli le ricresceranno.» cerco di sorriderle nella maniera più confortabile possibile e lei ricambia.
Continuiamo a parlare, perché condividere le proprie storie fa parte della guarigione e la signora mi spiega che da giovane è stata una modella, non di quelle famose, ma nel suo piccolo era conosciuta.
I capelli erano il suo vanto, li ha sempre curati in maniera maniacale (confermato dal marito) e forse è proprio questo che ha contribuito al suo trauma.
La prima donna invece racconta di aver perso i capelli un giorno d'estate. Si sentiva la testa pesante ed un prurito, convinta che fosse ora di lavare i capelli era entrata nella doccia e quando ne è uscita non aveva quasi più nulla, tutti i capelli erano caduti, mischiandosi allo shampoo e otturando lo scarico. Era stato uno shock, certamente, ma si era ripresa quando il dottore le ha detto che le cure stavano avendo gli effetti sperati e quindi senza prendersi troppa pena era andata in un negozio di parrucche con suo marito ed insieme avevano scelto il suo nuovo stile.
Arriva il turno delle due signore che spariscono dietro la grande e pesante porta del reparto, una per una visita di controllo e l'altra per tre ore di terapia.
Fa sempre strano dire "arrivederci" quando sei in un ospedale, alla fine preferiresti non rivedere quel posto, ma lo dici perché speri di rivedere il cappellino fuxia con gli strass in un bar o magari seduta dal parrucchiere a scegliere un nuovo taglio per i suoi capelli biondi.
Il modo in cui scrivi è bellissimo, riesci a trasmettere a chi legge quello che vivi in maniera estremamente vivida.
RispondiEliminaAvendo avuto personalmente esperienza in fatto di ospedali, condivido in toto ciò che hai detto riguardo il dire arrivederci in ospedale.
grazie :)
EliminaPurtroppo frequentandoli da un po' e dovendoli frequentare per molto altro tempo temo di dover dire solo arrivederci a molte delle persone che ogni settimana incontro.